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Breve storia degli scavi archeologici
nel "Pegasus Augustus"

di Angelandrea Casale


(articolo tratto dall'omonima pubblicazione edita dal "Il Gazzettino Vesuviano", 1979)


Gli odierni comuni di Boscoreale e Boscotrecase in epoca romana rappresentavano quella parte del suburbio pompeiano detto Pagus Augustus Felix Suburbanus. Il pago comprendeva lo parte del territorio extraurbano a settentrione di Pompei. iniziando dall'odierna contrada Giuliana e toccando gli attuali comuni di Boscoreale e Boscotrecase fino a raggiungere le somme pendici del Vesuvio. Esso doveva già esistere prima della guerra sociale perchè non può ammettersi che, comprendendo il territorio di Pompei gran parte delle falde del Vesuvio donde si traeva e lo pomice ed il vino, non esistesse già da antico tempo una grande borgata lo quale, poi, dovette raggiungere una qualche importanza se in essa troviamo lo carica minore, anche se relativa solo al culto imperiale, dei magistri pagi. E' ancora in questione l'origine della sua denominazione. Da alcuni studiosi si vuole essersi così chiamato in onore di L. Gornelius Sulla Felix, oppugnatore di Pompei e deduttore della colonia romana (80 a. Gr.), le cui truppe durante il lungo assedio della città dovettero prendere stanza anche in quel borgo. Per altri è da riportarsi all'epoca di Augusto, quando Pompei si vide onorata della presenza dell'imperatore e dei suoi cortigiani nel suo territorio; il borgo in omaggio ad Augusto si fregiò dei suoi attributi di augustus e di felix, così come accadde per Noia, la quale ugualmente si chiamò Augusta Felix NoIa. Vogliamo qui brevemente tracciare la storia dei più importanti scavi archeologici effettuati nel territorio dei comuni di Boscoreale e Boscotrecase dal 1700 ad oggi. Diciamo dal 1700 perchè, alcuni anni dopo aver iniziato gli scavi a Pompei (1748), l'architetto Karl Weber venne a Boscotrecase a stendere la relazione di uno scavo iniziato il 2 dicembre 1758 ed effettuato durante i lavori di costruzione della strada che da Torre Annunziata menava a Boscotrecase, precisamente nella contrada Mortellari. La relazione di questo primo scavo archeologico è in lingua spagnola.
Tutte le notizie riguardanti questo periodo ci vengono dall' opera di Michele Ruggiero, « Degli Scavi di Antichità nelle province di terraferma dell'antico Regno di Napoli», Napoli, 1888. Veniamo a conoscenza così di rinvenimenti di dolii e di parti di muratura romana; inoltre gli scavatori rinvengono anche grappe di ferro, alcuni mosaici, una colonna e condutture in piombo. Lo scavo prosegue fino al 12 gennaio 1759 e quindi, non rinvenendosi più materiale archeologico, viene sospeso. Dalla relazione possiamo dedurre che il primo scavo ufficiale a Boscotrecase fu sicuramente quello di una villa rustica, poiché i dolii, le grappe in ferro e le condutture in piombo fanno pensare ad una cella vinaria. Un altro scavo si inizia nel 1760 e precisamente il 29 dicembre; è sempre il Ruggiero che ci informa che nel fondo di un certo Aniello Boccia, presso il terreno di Don Rocco Vitelli, in contrada Setari, a Boscotrecase. si scoprono delle « piccole stanze» e si rinvengono delle monete d'argento e d'oro che vengono tutte portate al R. Museo di Portici (relazione di G. Pallante). Passano da questa data 14 anni ed il 14 maggio 1774 eccoci al terzo scavo a Boscotrecase, nella proprietà di Giuseppe Bergamasco, in contrada Casavitelli (relazioni di Alcubierre), Questo scavo avviene in modo fortuito, perché ricavandosi del lapillo da una grotta si rinvengono delle statue in bronzo, delle iscrizioni e quindi, controllato dall'ing. Alcubierre in persona, viene continuato per molti mesi, ricavandosi un'enorme massa di reperti tra cui anche cucchiai d'argento, serrature e vasi, che furono portati al R. Museo di Portici, Lo scavo fu abbandonato definitivamente il 2 luglio 1774, poiché effettuate tutte le ricerche possibili non si era più rinvenuto alcun reperto, Il lettore deve sapere che gli scavi di questo periodo non hanno nulla a che vedere con quelli di oggi. 

Stampa del 1758 con il Vesuvio durante l'eruzione del 1754.
Alle falde il casale di Boscotrecase

Nel 700 si effettuavano scavi archeologici solo per recuperare oggetti di valore, si spogliavano gli antichi edifici senza andare troppo per il sottile. Persino a Pompei si scoprivano! gli edifici e poi, dopo averli « depredati », si riseppellivano. Quindi non si trattava di scavi archeologici come noi intendiamo oggi, cioè scientifici; anzi questi primi esploratori del nostro sottosuolo malauguratamente distruggevano molti di quei reperti che sarebbero stati a noi di aiuto per lo ricostruzione della vita sociale ed economica dei nostri paesi in epoca romana. Dopo questi tre scavi bisogna aspettare circa un secolo, e precisamente il 1876, affinché il piccone degli scavatori riprenda ad indagare nel nostro territorio, alla ricerca di tesori nascosti e di facili guadagni. Infatti proprio nel 1876 e precisamente il 9 novembre il cav. Luigi Modestino Pulzella incontrò nel proprio fondo alla via Settetermini alla Pisanella, a Boscoreale, durante lo scavo delle fondamenta per un muro di cinta, delle stanze, che poi si scoprirà essere il quartiere rustico della villa di Cecilio Giocondo o del Tesoro di Boscoreale. Il cav. Pulzella, sfortunatamente per lui, dopo poco dovette fermare l'esplorazione archeologico, perchè lo costruzione romana continuava sotto lo proprietà del vicino, l'avv. Angelo Andrea De Prisco. I lavori di scavo furono sospesi, ed il De Prisco non proseguì lo scavo né allora né negli anni successivi. Fu suo figlio Vincenzo, che diventerà anche Deputato al Parlamento, ad intraprendere lo scavo della villa negli anni 1894-99. Dal volume "Ercolano e Pompei", del conte austriaco Egon Caesar Corti, veniamo a conoscere lo storia del rinvenimento della villa di Cecilio Giocondo e del tesoro delle argenterie. Facciamo parlare ora il Corti: "...il 10 settembre 1894 (Vincenzo De Prisco) decise di intraprendere per conto suo degli scavi, che vennero condotti con estrema perizia e misero alla luce il complesso di una grande casa di campagna con stanze di soggiorno, bagni, depositi per lo fabbricazione e lo conservazione del vino e dell'olio e persino un locale per lo pigiatura". 
"In quell'edificio isolato, rimasto intatto per 1800 anni, tutto era al suo posto: suppellettili e mobili, vasche da bagno in bronzo ornate di mascheroni in forma di protomi leonine, sembravano essere rimasti lì pronti per l'uso. In un grosso cofano c'erano cinquanta chiavi e del vasellame d'argento; nella cucina lo scheletro del cane morto alla catena; nella stalla le ossa di parecchi cavalli legati, di cui uno era riuscito a divincolarsi e a fuggire. Nel cortile dei torchi vennero in luce i primi tre scheletri umani, fra cui quello di una donna, probabilmente la padrona di casa, che portava splendidi orecchini in oro e topazi. Tutto in quella casa, la disposizione degli oggetti e posizione dei morti, permetteva di ricostruire esattamente le ultime ore che vi erano state vissute. Ma la scoperta più sensazionale ebbe luogo a Pasqua, il 13 aprile del 1895. Alla vigilia del giorno festivo, gli operai già avevano lasciato i lavori, e sul posto erano rimasti solo alcuni uomini per ultimare lo sgombero di due cunicoli che immettevano nella cella vinaria, quando uno di essi, un certo Michele, spintosi in fondo allo stretto corridoio, ritornò dicendo che il locale era saturo di esalazioni velenose e non si poteva respirare. Naturalmente nessuno ebbe voglia di esporsi a quel pericolo e il sorvegliante diede senz'altro ordine di sospendere per il momento il lavoro. Tutti se ne andarono, ma Michele, appartandosi dagli altri, corse invece dal proprietario del fondo. « Signore gli disse -, il cellaio del vino è completamente vuoto, ma sul pavimento ho visto un morto in mezzo a dei meravigliosi vasi d'argento, bracciali, orecchini, anelli, una doppia catena d'oro e un sacco zeppo di monete pure d'oro ». Il padrone gli ordinò di non aprir bocca e lo persuase a rimanere con lui quella notte. Appena cadute le tenebre, i due, muniti di lanterne e di ceste, scesero nel sotterraneo e rimasero col fiato mozzo dinanzi a una vera profusione di oggetti preziosi, sparpagliati intorno ad uno scheletro disteso per terra, sulla faccia e sulle mani. Oltre a moltissimi vasi d'argento splendidamente lavorati, c'era un sacco di cuoio dall'iscrizione ancora visibile, il quale conteneva la bellezza di mille nummi d'oro che recavano l'effige di tutti gli imperatori susseguitisi da Augusto a Domiziano, fino al 76 d.C. Alcuni erano del tempo di Galba, Otone e Vitellio, quindi rarissimi, perché questi tre monarchi non avevano regnato che pochi mesi ciascuno. I pezzi dell'epoca augustea e tiberiana erano più consumati, ma quelli dell'epoca neroniana, 575 in tutto, erano praticamente nuovi, fiori di conio. Gli oggetti d'oro erano naturalmente inalterati, mentre i vasi d'argento si erano ricoperti di una spessa patina scura. I due fortunati inzepparono le ceste e si affrettarono a trasportare il tesoro in un nascondiglio sicuro, ripromettendosi di venderlo a un prezzo vantaggioso all'estero, in barba alle leggi italiane che vietavano l'esportazione di oggetti antichi. Michele fu ricompensato a dovere e, dopo qualche tempo, ricevette una seconda vistosa gratificazione, come premio al suo silenzio. Ne fu così contento, che andò all'osteria e si ubriacò. Ahimè!, nei fumi del vino la lingua gli si sciolse ed egli raccontò per filo e per segno la bravata della scoperta. La notizia si sparse nella zona con la rapidità del lampo ed arrivò alle orecchie delle autorità che subito iniziarono un'inchiesta. Ma il tesoro aveva ormai passato la frontiera: sin dal mese di maggio, i 117 pezzi di argenteria e il sacco con le preziose monete si trovavano a Parigi. Dapprima furono offerti al museo del Louvre per la somma complessiva di mezzo milione di franchi, poi, avendo il museo fatto una contro-offerta di 250.000 franchi, pagabili in cinque rate annue, le trattative furono interrotte e gli oggetti furono invece acquistati dal barone Edmondo Rotschild, che ne tenne alcuni per la sua collezione privata, e legò 109 pezzi di argenteria e la totalità delle monete al museo del Louvre. Fra i vasi d'argento ritrovati a Boscoreale, ve ne sono due particolarmente interessanti, chiamati i Vasi degli Scheletri che, con la rappresentazione della morte, vogliono esortare gli uomini a godere della vita prima che sia troppo tardi. Le cesellature di una delle coppe raffigurano il poeta tragico Sofocle, il poeta e filosofo platonico Mosco e l'epicureo Zenone; quelle dell'altra gli scheletri di Euripide, di Menandro e del poeta cinico Monimo. Essi simboleggiano la poesia, la musica e la filosofia, mentre gli altri scheletri, anonimi, raffigurano gli uomini in genere. Mosco e Menandro, poeti che rivelarono ai loro contemporanei le gioie segrete dell'amore, tengono in mano delle maschere femminili che rappresentano le eroine delle loro commedie, e le leggende greche tracciate a punteggiature spiegano il significato dell'allegoria. Le coppe, fabbricate al tempo di Alessandro Magno sotto il segno dell'ellenismo, attesta no la concezione epicurea dell'epoca. « Godi finché vivi -dice una delle scritte in greco -, poiché il domani è incerto. La vita è una commedia, il godimento il bene supremo, la voluttà il tesoro più prezioso: sii lieto, finché sei in vita». Gli scheletri incisi sulle coppe d'argento destinate a contenere vini prelibati, richiamando agli occhi dei lieti convitati la visione della morte, li ammonivano: «Guarda quelle lugubri ossa, bevi e godi finché puoi: un giorno anche tu sarai così ». La vendita all'estero del tesoro di Boscoreale formò oggetto di una interpellanza al Parlamento italiano, ma ormai gli oggetti erano passati nelle mani di terzi e non c'era più nulla da fare ». I De Prisco furono, possiamo dire, una famiglia "d'archeologi", perché non solo Vincenzo effettuò scavi autorizzati dallo Stato, tra la fine dell'800 e gli inizi del '900. ma anche suo fratello Ferruccio, nel fondo di proprietà d'Acunzo presso la Stazione delle Ferrovie dello Stato di Boscoreale, dove si rinvenne una villa rustica dalle pareti semplicemente intonacate, appartenuta ad una modesta famiglia di agricoltori. Questo scavo fu eseguito nel 1903. L'enorme quantità di oggetti ritrovati nello scavo della villa del Tesoro, indussero l'On. Vincenzo De Prisco a proseguire l'esplorazione archeologica in fondi limitrofi al suo ed in altre sue proprietà a Scafati ed alla Giuliana. Egli rinvenne così altre ville rustiche: nel fondo di Ippolito Zurlo alla contro Giuliana di Boscoreale, negli anni 1895-97; nella proprietà di Vito Antonio Cirillo, presso piazza Mercato a Boscoreale, nel 1897; nel fondo Acanfora, in contro Spinelli a Pompei, conosciuta come « villa di Domiti Aucti », nel 1899; nel suo fondo in contrada Crapolla (Lazzaretto) a Scafati agli inizi del 1900; nel fondo De Martino alla contrada « Pisanella » di Boscoreale, conosciuta come « villa di Aselli », negli anni 1903-1904. Ma il più importante rinvenimento del De Prisco, oltre quello della villa del Tesoro delle argenterie, resta la villa di Fannio Sinistore nel fondo Vona, in via Grotta a Boscoreale, interessantissima per gli affreschi megalografici (a grandezza naturale) simili a quelli di villa dei Misteri, ivi rinvenuti. La villa a differenza di quella del Tesoro.. aveva poco sviluppato il quartiere rustico; si tratta qui di una residenza nobile, con grandi camere affrescate nel cosiddetto Il stile pompeiano, di proprietà della gens Fannia. L'archeologo Matteo Della Corte prende in considerazione quale proprietario della villa P. Fannius Caepio, personaggio del seguito di Augusto che nel 22 a.C. è il capo di una congiura contro l'imperatore. Egli infatti così dice: « Ne esce salvo grazie senza dubbio alla longanimità di Augusto, ma, sia pure in ritardo, ne sconta il fio sotto Tiberio. Condannato infatti da questo Principe, con l'aiuto di un servo riesce a riparare né più né meno che a Napoli, ma, tradito da un altro servo, è ucciso ». Possessore della villa negli ultimi tempi di Pompei, come è provato dal suggello che si rinvenne, era L. Herius Florus, un pompeiano nuovo, sempre secondo il Della Corte. Lo scavo di questa villa avvenne nel 1894-95 e come quelli precedenti fu riseppellito, dopo averne asportato dipinti ed oggetti. Da questa villa provengono gli splendidi dipinti ora conservati al Metropolitan Museum di New York (affreschi dall'esedra, dal cubiculum e dal grande triclinio), al Museo Nazionale di Napoli (affreschi dal triclinio e dal grande triclinio), al Louvre di Parigi (affreschi dal triclinio) ed al Museo di Mariemont, in Belgio (affreschi dal triclinio e da altre stanze). Dal 23 dicembre 1898 al 10 marzo del 1899 si scava anche a Boscotrecase, e precisamente in contrada Setari nella proprietà del cav. N. Vite1li. Sempre ad opera di Vincenzo De Prisco si porta alla luce una villa rustica e si rinvengono numerosi oggetti tra cui anfore vinarie, macine per il grano e piccoli bronzi. Il proprietario della villa è L. Arellius Successus. Giungiamo così al 1903 con il ritrovamento della famosissima villa di Agrippa Postumo, in proprietà del cav. Ernesto Santini, nel suo fondo di via Rota, l'odierna via L. Rossi a Boscotrecase. Lo scavo effettuato negli anni 1903-05 sotto la diretta sorveglianza di Matteo Della Corte fu ricoperto dalla lava vesuviana del 1906. Sentiamo cosa dice a proposito il grande pompeianista: « E' davvero a dolersi che l'impossibilità di interrompere anche temporaneamente la via di grande traffico congiungente gli abitati di Torre Annunziata e di Boscotrecase, abbia impedito al cav. Ernesto Santini di restituire interamente alla luce in tutte le sue parti, negli anni 1903-05, quella magnifica villa suburbana esplorata sotto la mia personale vigilanza, villa la cui prima scoperta, nel fondo Rota di Boscotrecase, era stata determinata dalla posa dei primi binari, ivi incassati in profonda trincea, della ferrovia Circumvesuviana. E dico primi binari per quel tratto, perché, indi a poco colmatisi di lava basaltica e binari e ruderi della villa, il dì 8 aprile 1906, nella terribile eruzione vesuviana di quell'anno, il concernente tratto della linea con nuovi binari dové essere installato dove è oggi, cioè alcune centinaia di metri più ad oriente. E' così che di questa armonica e spaziosa villa, regolarmente orientata, e piena di commoda così nel quartiere padronale per ampie terrazze aperto sul golfo, come nel quartiere servile, capace di alloggiare una vera coorte di schiavi (circa 40) intenti ai lavori della vasta azienda agricola circostante, mirabile e solida costruzione occupante un rettangolo di piedi rom. 100 (m. 29,60) per 300 (?), fertilissima di ricche ed interessanti suppellettili perchè non mai toccata da precedenti scavatori, furon lasciati tuttora sotterra così l'atrio nobile (sotto e di là dalla via odierna), come i necessari complementi non ancora toccati, quali, ad esempio, il bagno, il pistrino, il torchio vinario etc... Va posto nel debito rilievo che gli ambulacri del peristilio di questa villa serbavano cospicui avanzi d'una vetusta, fastosissima decorazione architettonica di Il stile della metà del I sec. a.C. paragonabile molto da vicino a quella del peristilio della non lontana villa del fondo Vona alla Pisanella, della quale ci occuperemo più oltre, al segno da potersi ritenere che in entrambe abbia lavorato la stessa maestranza di artisti decoratori. La documentazione epigrafica della villa, raccolta dal Della Corte, ci dice con certezza che fu possesso di Agrippa e del figlio Postumo e passati i poteri dai Giuli ai Claudi, al governo di questa villa erano preposti dei procuratori Tiberi Claudio In questa villa si rinvennero anche delle lucerne con il simbolo della croce, lucerne sicuramente paleocristiane, che attesta no delle esplorazioni avvenute nel III-IV sec. d.C. Dopo il rinvenimento della villa di Agrippa Postumo a Boscotrecase, e la sua « seconda morte)} ad opera sempre del Vesuvio, altri scavi archeologici vengono intrapresi a Boscoreale. Infatti tra il 1906 ed il 1908 nel suo fondo, alla Pisanella, il cav. Giovanni Di Palma esplorò una villa rustica simile per impianto a tante altre scoperte nel Pagus pompeiano, con affreschi di III stile. Sempre nel 1906 lo sig.ra Giovanna Zurlo-Pulzella esplorò nel suo fondo, sito in via Settetermini alla Pisanella di Boscoreale, una villa rustica, di cui era proprietario o procuratore, N. Popidius Florus. Infatti tra i molti rinvenimenti affreschi, mosaici, utensili in bronzo, c'era anche il suggello in bronzo con l'indicazione del nome del proprietario. Di tale villa oggi è visibile la sola sezione dei bagni. Alcuni anni dopo, in contrada Spinelli, nell'agro scafatese, fu rinvenuta una villa rustica dall'ing. Gennaro Matrone. Anche questo scavo, riportato nelle «Notizie di Scavi» del 1923, ci dà l'idea de11a classica villa rustica con un grande cortile per lo scarico dei carri con l'uva, la cella vinaria all'aperto con i dolii infossati nel terreno, un quartiere servile molto ampio ed un quartiere nobile con la sezione dei bagni per il proprietario. Dall'archivio della Soprintendenza Archeologica di Napoli veniamo a conoscenza che nel 1914, durante l'istallazione dell'acquedotto vesuviano del Seri no, presso la stazione Circumvesuviana di Boscotrecase, furono rinvenute alcune tombe romane del Il sec. d.C.. Nel 1918 in via Promiscua a Boscotrecase, in contrada Balzani, vi fu un rinvenimento fortuito di antiche mura. Sul posto si portò il grande epigrafista pompeiano Matteo Della Corte che pensò ad un acquedotto romano di epoca classica, ma da buon archeologo, non potendo suffragare questa tesi per i pochi dati in suo possesso, nella relazione che stese per gli scavi di Pompe1, parlò di un supposto acquedotto romano o forse di un criptoportico appartenente ad una villa. Giungiamo così al 1928, quando in proprietà Uliano nel centro abitato di Boscoreale, in via Vittorio Emanuele 111, durante uno scavo per lo sfruttamento del lapillo, si incontrarono delle mura romane. La Soprintendenza viene subito messa al corrente e sotto la vigilanza del personale degli scavi di Pompei si diede inizio allo scavo sistematico della villa, poiché di una villa rustica si trattava. Vennero così alla luce gli ambienti rustici dell'edificio, dove vi era una grande quantità di monili ed oggetti del mondo muliebre, come avori e gemme, oltre a vasi di bronzo e terracotta. Ma la scoperta più sensazionale fu quella del suggello in bronzo del proprietario o procuratore della villa, con la scritta « Marcus Livius Marcellus ». Dalla scoperta del suggello apprendiamo che la villa apparteneva ad un esponente della gens Livia, e quindi ad un parente dell'imperatore Augusto. Ultimo scavo archeologico ufficiale nelle nostre zone, riportato nelle « Notizie di Scavi di Antichità », è stato quello del 1928 a Boscotrecase, nella proprietà Lettieri, in via Cavour, dove si rinvenne una cella vinaria romana ed un bollo con la scritta Barniu Erotis. Si tratta sicuramente del nome di un procuratore della villa; una villa rustica, poiché si rinvengono dolii fittili, quasi tutti infossati nel terreno e molti frammenti di condutture in piombo e terracotta.

Villa rustica in fase di scavo, contrada Sciusciello,
detta Villa Regina di Boscoreale.

Se per il periodo che va dal 1876 al 1928 ci sono state utili le notizie riportate nei volumi "Notizie di Scavi di Antichità" pubblica,ti a cura dell'Accademia dei Lincei, dal 1928 ad oggi, l'unica fonte per noi preziosa è l'Archivio degli scavi di Pompei. Infatti grazie ad esso apprendiamo che in contrada Vasca vecchia, nella zona alta di Casavitelli a Boscotrecase, l'insigne archeologo Amedeo Maiuri individuò nel dopoguerra un supposto albergo romano. Oggi in situ si notano un pavimento in cocciopesto ed un muro perimetrale in opus incertum. Sempre nel dopoguerra (1950), costruendosi ad opera dell' INA-CASA il rione omonimo in via Diaz a Boscoreale, furono rinvenute delle tombe di epoca romana con delle iscrizioni che sfortunatamente non poterono essere lette e conservate. Negli anni '60, inoltre, nella proprietà De Gaetano in via Diaz a Boscoreale, si rinvennero dei dolii con bolli indicanti l'officina di fabbricazione o il proprietario (Quintii). Ultima nel tempo è la villa rustica apparsa nel dicembre 1977 mentre si andavano eseguendo i lavori per la costruzione del rione Gescal in contrada Villa Regina a Boscoreale. La villa è tuttora in corso di scavo, ad opera della Soprintendenza Archeologica di Napoli e dell'Ufficio Scavi di Pompei. Come abbiamo visto in questo viaggio tra gli antichi rinvenimenti, possiamo comprendere come la nostra terra, sia nei tempi passati che adesso, ha sempre goduto di una, splendida bellezza e feracità e pertanto è stata di continuo sede di laboriose popolazioni e meta di quanti volessero ritemprarsi all'incanto della sua, natura.

 


 

 

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ANGELANDREA CASALE

E' Socio fondatore e Segretario del Centro Studi Archeologici di Boscoreale e Boscotrecase. Collaboratore, dal 1974, del periodico cc Il Gazzettino Vesuviano», cura in terza pagina articoli di carattere archeologico, storico ed artistico riguardanti il territorio vesuviano. Ha al suo attivo centinaia di articoli e, tra i tanti,  i seguenti lavori:

  • -Brevi note storiche su Boscoreale, 1976;

  • -Zurlo: un palazzo, una famiglia, 1976;

  • -Un contributo alla topografia dell'agro pompeiano: la carta archeologico di Boscoreale e Boscotrecase (in collab. con A. Bianco), 1977;

  • -Catalogo della Prima Mostra Fotografica di Boscoreale e Boscotrecase in epoca romana, 1977;

  • -Boscoreale -Boscotrecase, note storiche dalle origini al 1906 (in collab. con A. Bianco), 1978;

  • -Cronologia storica boschese (in collab. con A. Bianco), 1979.

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