|

Il
"Tesoro di Boscoreale"
La
drammatica morte di
Vincenzo De Prisco
disegni di
Giuseppe Sorrentino
Per
chi ignorasse cos'è il Tesoro di
Boscoreale, precisiamo che consiste in un
centinaio di pezzi di vasellame d'argento massiccio (30 chili circa), istoriati
con finissima arte orafa di stile Alessandrino, un migliaio di monete d'oro
quasi tutte fior di conio di età imperiale ed alcuni monili d'oro massiccio,
rinvenuti sotto la cenere e i lapilli del 79 d.C. nella villa (appartenuta
forse al banchiere pompeiano Lucio Cecilio Giocondo) scavata in località
Pisanella dal 1894 al 1899 da Vincenzo De Prisco (1855 - 1921).
L'eccezionalità della scoperta, lo scandalo giornalistico, giudiziario e
parlamentare che l'accompagno, la somma immensa che lo scopritore ricavò dalla
vendita in Francia, dove clandestinamente lo aveva esportato e la vita brillante
e dispendiosa che poté condurre grazie al tesoro prima da solo e pi con la sua
compagna di vita, la ballerina viennese Sofia Kohut, conosciuta a Parigi, hanno
scatenato la fantasia di diversi scrittori.
Riteniamo perciò di dare un utile contributo agli studi, ricostruendo parte di
quella vita avventurosa della sventurata morte che la concluse, sulla base di un
documento d'archivio da noi rintracciato, cioè la sentenza penale conclusiva
del processo intentato da Ferruccio De Prisco contro la Kohut, nominata erede
universale dal marito.
Dal documento, già noto solo molto sommariamente a Michele D'Avino, emergono
diversi fatti inediti, tra cui, insospettati, gli amari contrasti coi fratelli
Ferruccio e Luigi, e il fatto che il terreno del tesoro era toccato in sorte
proprio a Ferruccio.
Villa
di Cecilie Gioconda o del tesoro dell'argenterie a Boscoreale.
(da "Edifici e Monumenti dell'Antica Roma")
L'inchiesta
Il
15 giugno del 1921 i Carabinieri di
Boscoreale trasmisero al Pretore di
Boscotrecase il referto medico del Dott. Giuseppe Cirillo che certificava la
morte dell'ex onorevole Vincenzo De Prisco,
avvenuta alle cinque di mattina
nella sua casa di via Sanfelice a Boscoreale, per suicidio mediante ingestione di liquido
arsenioso.
Lo stesso pomeriggio il pretore eseguiva il sopralluogo e redigeva rapporto al
Procuratore del Re, nel quale escludeva la responsabilità di terzi. La mattina
del giorno seguente, 16 giugno, i Carabinieri rinvennero, però, nell'atrio
della loro Caserma un biglietto anonimo su cui era scritto: Maresciallo -
Indacate (Sic) - Casa De Prisco suicidio od omicidio? Dottor Cirillo informa. Nel biglietto di trasmissione al pretore i Carabinieri annotarono: Si ha ragione
di ritenere che trattasi di rancore tra parenti.
Lo stesso 16 giugno, Ferruccio De Prisco, fratello del defunto, propose
formalmente istanza al pretore di
apporre i sigilli alla casa di via Sanfelice, formulando contro la cognata, la
vedova di Vincenzo, l'accusa di istigazione al suicidio, cioè di aver spinto il
marito con atteggiamenti e parole a togliersi la vita, o almeno di omissione di
vigilanza sullo stesso, in modo da non impedire il suicidio. E il pretore, subito dopo il funerale, sigillò la casa.
La
scena madre
L'accusa
di omicidio che l'anonimo biglietto insinuava, e quella di analogo tenore
esplicitamente formulata dal parente più prossimo della vittima, aprirono
indagini che condussero la signora Sofia Kohut, vedova De Prisco, a comparire in
veste di imputata innanzi al tribunale di Napoli. La stessa, interrogata dal pretore descrisse così la scena della vicenda:
Nell'ora meridiana di ieri che non saprei precisare, mio marito Vincenzo De
Prisco sofferente da anni di cancro alla bocca,
si levò dal letto, sul quale
anch'io stavo adagiata, e fece per andare nel vicino gabinetto. Egli si era purgato ed in un primo momento non ci feci caso.
Dopo qualche minuto intesi rumore nell'armadio farmaceutico che egli teneva in
una stanzetta attigua al gabinetto; un presentimento mi pervase ed accorsi. Più pallido ancora dell'ordinario mi disse: non ne potevo più, ho fatto. Ed
aveva tra le mani una boccetta in cui poco altro liquido ancora v'era, che lui
voleva continuare a bere. Feci violenza e la boccetta gli cadde di mano, frantumandosi.
Maggiori
dettagli la signora Kohut fornì al tribunale che la interrogò in apertura di
dibattimento, dopo averla accusata del delitto di cui all'art. 370 del codice
penale del tempo. Riferì, infatti, che quel mattino il marito fu più calmo delle altre volte;
prese la sua abituale purga di dieci grammi di sale inglese e poi il caffè,
mentre lui rimase a letto, essa disbrigò colla ragazza le faccende di casa. Verso le nove e mezza venne il dottor Cirillo, nipote, e poco dopo il
barbiere
che gli fece la barba.
Dopo le undici il medico Cirillo se ne andò e la Kohut si mise sul letto
accanto a lui, che riposava come al solito, sentendosi alquanto indisposta; il
De Prisco fu con essa oltre modo cortese, raccomandandole di togliersi dalla
corrente dell'aria che poteva nuocerle, anzi egli stesso volle chiudere la
finestra, e vedendolo allontanare dalla camera, (la moglie) gli domandò dove
andasse, al che (lui) rispose: debbo dirti pure dove vado? Vado in gabinetto,
non ti incaricare, vado solo, perché mi sento di andare solo, statti riposata
tu!
La
Kohut ad un tratto sentì un rumore all'armadio e nella supposizione che volesse
prendere un paio di scarpe, che cambiava continuamente, scese per farlo lei; ma
aprendo la porta, vide il marito con una bottiglia alla bocca e cadde un po' di
liquido, al che egli disse: mi hai fatto male, perché adesso mi farai soffrire!
Ed
alla domanda della moglie rispose: ho fatto, non ne potevo più, ho preso
l'arsenico. L'imputata
aggiunse che disperata lo tirò verso la poltrona e chiamò con tutta la voce i
familiari ed immediatamente venne chiamato il medico.
Altri
elementi di drammaticità aggiunsero in dibattimento le testimonianze di
Pasquale Patria e di sua moglie Maria Maietta, domestici insieme coi loro figli,
di casa De Prisco, i quali dissero di essere stati i primi ad accorrere alle
grida della Kohut. Videro il loro padrone De Prisco Vincenzo seduto su di una
poltrona, e diceva: Pasquale mio, aiutatemi a morire, non ne potevo più.
La
moglie colle mani nei capelli diceva: Vincenzo che mi hai fatto, questo è il
bene che mi volevi; ed egli rispose: non ne potevo più.
Gli argomenti dell'accusa
Ferruccio
De Prisco, nel querelarsi contro Sofia Kohut, elencò specifiche circostanze da
cui si doveva dedurre la colpevolezza della cognata di aver spinto il marito al
suicidio o almeno d'averne indirettamente determinato la morte:
-
aveva
saputo dal dottor Cirillo, nipote e medico curante di Vincenzo, che quando
questi in altre occasioni aveva espresso l'intenzione di porre
volontariamente fine ai suoi giorni, la Kohut gli gridava: vigliacco, lo
dici sempre e non lo fai mai;
-
pur
sapendo delle intenzioni suicide del marito, manifestate altre volte anche
con precisi tentativi, la kohut non aveva tolto dall'armadio delle medicine
la boccettina con la pozione di arsenico
-
il
suicidio avvenne alle 9 del mattino, ma la Kohut chiamò solo alcune ore
dopo il medico, troppo tardi, quando cioè il veleno aveva già fatto il suo
effetto e non poteva essere più neutralizzato.
Un
altro fratello del defunto, Luigi De Prisco, colonnello medico, che all'epoca
dei fatti abitava a Napoli, ribadì l'accusa di Ferruccio, aggiungendo
particolari sul comportamento della Kohut che mettevano in luce un preciso,
diabolico piano ispirato da motivi di interesse.
Luigi De Prisco, dopo aver fatto una lunga storia sulla conoscenza fatta a
Parigi dal Vincenzo colla Kohut, della loro unione
naturale prima, seguita poi
dal matrimonio, cioè dopo aver discreditato la moralità della cognata, già
ballerina nei locali di Parigi, insinuò che essa aveva svolto tutto un lavoro
di isolamento... per non far avvicinare il marito dai suoi parenti, allo scopo
di strappare un testamento a favore di lei, per raccogliere la sospirata eredità.
Affermò che continui e dolorosi erano i litigi fra i coniugi; che la Kohut se
non avea materialmente spinto al suicidio il marito, ve lo aveva preparato, con
un lungo lavorio, e che avrebbe potuto impedirlo e dargli anche soccorsi più
urgenti e premurosi.
Una prova diretta d'accusa la fornì in dibattimento la baronessa Maria
Pempinelli, moglie dell'altro fratello di Vincenzo, il Primo Presidente della
Corte di Cassazione Nicola De Prisco, che, per essere di sangue aristocratico e
consorte di tanto magistrato, non poteva dare adito a sospetti di mendacio.
Ella narrò che una volta si recò a visitare il De Prisco Vincenzo, il quale le
disse che poco prima si era bisticciato colla moglie e che egli avea manifestato
l'idea di volersi suicidare, al che la Kohut era andata dentro, avea preso una
rivoltella e gliela avea panata dicendo: sparati, vigliacco!
L'obiettivo dei fratelli De Prisco
Quanto
finora detto dimostra che in quella occasione tutti i familiari del defunto
Vincenzo De Prisco fecero causa comune contro la vedova: l'avvocato di parte
civile nella sua requisitoria disse testualmente che la famiglia De Prisco si
era trovata unita in un sol fascio.
Quale fosse l'intento che perseguivano apparve chiaro ancora prima che il
tribunale penale concludesse il processo, nell'atto che Ferruccio De Prisco
notificò alla Kohut il venticinque luglio dello stesso 1921.
A istanza di lui e dei testi Michele Massa ed Andrea De Prisco fu Pietro, (la
Kohut) fu convenuta avanti al tribunale civile di Napoli per sentire:
-
dichiarare
nulla e di ninno effetto il testamento del signor Vincenzo De Prisco 1°
novembre 1920;
-
subordinatamente
dichiarare indegna essa Sofia Kohut alla detta successione;
-
dichiarare
aperta la successione legittima di esso Vincenzo De Prisco," cioè
devolvere l'eredità a favore dei parenti di sangue del defunto.
Tale
testamento - continuava la citazione - deve ritenersi assolutamente nulla sia
pel disposto dell'art. 725 cod. civ., come risulterà da un processo penale in
corso per l'art. 370 cod. pen., sia per i raggiri e gli artificiosi maneggi
usati da essa intimata verso il De Prisco, che furono tali che paralizzarono la
libertà di testare.
Insomma l'obiettivo effettivo non era di tipo penale, cioè mandare in prigione
Sofia Kohut, ma di tipo economico: impadronirsi di quel che restava del ricavato
dalla vendita del tesoro di Boscoreale.
A quanto ammontava il valore dell'asse ereditario di Vincenzo De Prisco? Nel processo si parlò di 300.000 lire del tempo.
La
cifra venne fuori dalle dichiarazioni rese dagli stessi protagonisti, quando
riferirono di tentativi di accordo in corso di processo che, ad iniziativa della
baronessa
Pempinelli, dell'avvocato Niutta suo nipote, difensore dell'imputata, e di
qualche altro, furono esperiti per indurre la Kohut a rinunciare all'eredità,
in cambio dell'abbandono dei processi e
di una sostanziosa liquidazione.
Le
promisero un terzo della proprietà del de cuius (Vincenzo De Prisco), valutata
per intero in Lit. 300.000, ed un vitalizio su detta quota di Lit. 100.000 a
condizione che la Kohut dovesse andarsene al suo paese natio. Ma la Kohut rifiutò sdegnosamente rispondendo che: dopo l'accusa fanale, non
intendeva venire a transazione.
Anche perché il suo avvocato, Niutta. le aveva detto di non spaventarsi del
processo penale, perché quando si verifica un suicidio, la Giustizia deve fare
eseguire sempre delle indagini per accertare se vi sia responsabilità di
qualcuno. Trecentomila
lire, dunque.
Tenuto conto che solo la vendita del tesoro di Boscoreale, (esclusa, perciò, il
ricavato della vendita delle pitture dell' altra villa, quella di Fanno
Sinistre, del 1900, e di altre ville scavate successivamente) aveva fruttato
mezzo milione di franchi francesi, tenuto altresì conto del fatto che c'era
stata di mezzo una guerra mondiale che normalmente produce inflazione, deve
concludersi che pur trattando si ancora di una bella somma, non era più affatto
quella delle origini.
Vincenzo
De Prisco, infatti, al capitale ricavato dalla vendita francese aveva attinto
generosamente, da principio per suoi viaggi e divertimenti all'estero, poi per
sostenere la doppia campagna elettorale, e da ultimo per le spese mediche
necessario a combattere le gravi malattie che lo tormentarono negli ultimi
vent'anni della sua esistenza. Le
pretese dei fratelli di Vincenzo De Prisco erano di vecchia data, risalivano a sùbito
dopo la scoperta del tesoro: nel processo fu acclarato che sia Luigi e sia
maggiormente Ferruccio pretendevano che quelle ricchezze ignorate venissero
divise tra tutti i fratelli, come provenienti dall'eredità patema.
Luigi
si sentì offrire da Vincenzo solo 5.000 lire, e rispose con una lettera del 14
luglio 1895, nella quale rifiutava la somma (che poi finì con l'accettare) e,
con frasi abbastanza risentite, dichiarava dì rinnegarlo come germano. Più
arrabbiato ancora era Ferruccio, perché nella divisione paterna (delle proprietà),
al Ferruccio spettò un fondo che egli bonariamente permutò con altro toccato
in sorte al fratello Vincenzo. Questi, intanto, ebbe la fortuna di fare degli
scavi nel detto fondo, costituendosi così una posizione doviziosa, tanto che,
essendo vice-segretario d'intendenza di finanza, rinunciò all'impiego,
negoziando sugli scavi del fondo.
Le malattie del suicida
In
quali condizioni di salute versasse Vincenzo De Prisco il giorno della sua morte
fu oggetto di accurate indagini da parte del tribunale, che non si contentò di
ascoltare i dottori Cirillo e Guastafierro, l'imputata e i suoi servitori di
casa, ma interrogò anche i medici che lo aveva avuto in cura precedentemente,
durante la via crucis che lo condusse al suicidio. La
signora Kohut riferì di aver sposato Vincenzo De Prisco nel 1913, subito dopo
aver ottenuto il divorzio dal suo precedente marito.
Le
gioie del matrimonio non avevano avuto, però, lunga durata. Vincenzo, che già
soffriva di sifilide, poi fu colpito da terribili mali: un cancro alla bocca e
poscia una spinile progressiva. Il cancro gli rese col tempo l'ingestione dei
cibi dolorosa e l'articolazione della parola difficile. E quel ch'è peggio, con
l'avanzare del male, dalla bocca emanava un fetore nauseante, da sgomentare
anche i più vecchi infermieri, per cui quando si dovea lavare la parte, il che
occorreva fare parecchie volte durante la giornata, l'unica che avesse stomaco
di farlo era la moglie Sofia. La spinile è una malattia che colpisce la colonna
vertebrale e indebolisce progressivamente il soggetto, riducendolo gradualmente
all'inabilità totale.
La
Kohut raccontò che suo marito per quei mali si era sottoposto a lunghi periodi
di cure ed operazioni chirur-giche... peregrinando da paese a paese, e da
cliniche a cliniche, l'ultima a Secondigliano, dove gli praticarono la cura del
dottor Corrado. Quando
ingerì la bevanda mortifera, Vincenzo era giunto all'ultimo stadio della
malattia: aveva i suoi giorni contati, (infatti) aveva tutti i caratteri della
cachessia neoplastica, che ha un decorso da cinque a sei settimane, come disse
il professor Tandurra, che ebbe a visitare l'infermo 15 o 20 giorni prima del
decesso. Il
De Prisco dovette averlo udito o capito, comunque era cosciente del suo stato.
Infatti
aveva esclamato avanti al suo amico e confidente, dottor Guastafierro, negli
ultimi momenti di sua vita, nel dirgli che s'era avvelenato, perché ormai era
stanco di vivere in quel modo, aggiunse: ho fatto la cura del radio, ho fatto
tutte le cure possibili e non ho speranze di guarire e perciò non ne potevo più.
Visto
lo stadio avanzatissimo della malattia, i querelanti obbiettarono che, dunque,
Vincenzo non era in grado di scendere dal letto, raggiungere l'armadio, prendere
la boccettina e ingurgitarne il veleno. Insomma
insinuarono che glielo avesse porto sua moglie, o almeno che lo avesse aiutato a
scendere dal letto per portare a compimento il suo insano proposito.
Il
tribunale si soffermò a lungo anche su questo punto e accertò, attraverso la
testimonianza sia dei due medici, Guastefierro e Cirillo, che intervennero
subito dopo l'assunzione dell'arsenico, sia degli altri medici che lo avevano
tenuto in cura, Tandurri e Spinelli, sia infine attraverso la deposizione del
domestico di casa Pasquale Patria, che Vincenzo De Prisco camminava negli ultimi
tempi stentatamente cioè come un novantenne, strisciando i piedi, appoggiandosi
al bastone,
In
particolare mentre il Patria assicurò che don Vincenzo poteva alzarsi dal letto
da sé, il dottor Cirillo affermo che per levarsi dal letto aveva bisogno dì
chi gli mettesse prima ì! piedi fuori dal letto, aiutandolo a mettersi in
piedi.
La sentenza
Il
tribunale di Napoli, IX Sezione Penale, nelle persone del presidente Cav.
Michelangelo Murano, e dei giudici Cav. Teodoro Ercolini, e Cav. Giambattista
Franchini, che fu anche estensore della pregevole sentenza, il 28 luglio del
1922 mandò assolta Sofia Kohut dal delitto di istigazione al suicidio con
formula piena: per non aver commesso il fatto attribuitele. Secondo i giudici
nessuna delle circostanze di accusa risultò provata, e il fatto così come
prospettato dai querelanti non poteva neppure giuridicamente ritenersi
qualificabile come istigazione al suicidio in base all'articolo 370 del codice
penale del tempo. Insomma
i De Prisco, benché riuniti in fascio contro la straniera, l'austriaca Sofia
Kohut, subirono un sonoro smacco legale. La
più consistente delle accuse era la frase di incitazione al suicidio:
Vigliacco, lo dici sempre e non lo fai mai. II
dottor Cirillo disse che gliel'aveva riferita Ferruccio De Prisco, questi invece
disse che era stato il Cirillo ad attribuirla alla Kohut.
Restava
la testimonianza diretta della baronessa Pempinelli. In
dibattimento, alle vivaci proteste dell'imputata, la Pempinelli soggiunse di
ricordare che la Kohut diceva così appunto per non far ammazzare suo marito,
dimenticandosi d'aver precisato anche che la Kohut nella circostanza aveva porto
al marito una rivoltella.
La
seconda accusa era di agevolazione al suicidio almeno sotto la forma della
insufficiente sorveglianza, nonostante i ripetuti propositi espressi e i
concreti tentativi fatti. Il
tribunale accertò che la Kohut intervenne varie volte ad impedire al marito di
portare ad effetto le minacce di suicidio: al tempo della cura a Secondigliano,
disarmandolo, facendo togliere le capsule da una rivoltella, le varie volte che
tentò di buttarsi da una finestra ne fu impedito dalla moglie, la quale ebbe su
di lui una vigilanza assidua, togliendo di mezzo i veleni, sublimati ed
ergotina, per consiglio del medico Guastastafierro.
In
un'altra occasione, a Boscoreale, quando Vincenzo aveva impugnato un'arma, Sofia
gli aveva tolto la rivoltella, nascondendola in cucina, su di un armadio, ed
anche cinque o sei giorni prima del suicidio gli fu trovata un 'altra
rivoltella, che teneva nel comodino vicino al letto e che gli fu tolta. Ma
egli dopo insisteva per averne un 'altra, dicendo che stava solo in casa e
doveva premunirsi contro un assalto notturno dei ladri.
E
la boccetta dell'acido arsenioso? Come
mai era nell'armadio a portata di mano?
Il
liquore arsenioso contenuto nella boccetta era un medicinale, glielo aveva
prescritto il professor Tandurra. Vincenzo De Prisco lo aveva preso solo per due
o tre giorni e poi lo aveva riposto nell' armadio, con le altre medicine. La
circostanza non poteva essere posta in dubbio perché fu subito riferita agli
inquirenti dal dottor Cirillo, nipote e medico curante del malato, e poi
confermata personalmente dal professor Tandurra. Dunque,
era una boccetta insospettabile.
Terza
accusa: l'ingestione mortale era avvenuta atte 9 del mattino, la Kohut chiamò
solo alcune ore dopo il medico. Anche
questa circostanza risultò del tutto falsa: il dottor Cirillo riferì di
essersi intrattenuto con lo zio, suo assistito, anche mentre il barbiere lo
radeva, era andato via verso le 11, o 11 e mezza.
Quando
la Kohut scoprì il marito nell'atto di suicidarsi aveva chiamato ad alta voce
aiuto. Era
accorso Pasquale Patria, e questi andò alla ricerca di un medico. Trovò
prima il dottor Guastafierro, che alle 12 già era accanto all'infermo, gli fece
bere del latte, gli praticò la lavanda gastrica con lavaggi di acqua calda
provocandogli il vomito. Alle
14 anche il dottor Cirillo era di nuovo accanto allo zio, ma tutto quel che si
poteva fare era già stato fatto.
Il
veleno era stato assorbito con facilità sia perché essendosi (il De Prisco)
purgato col solfato di soda, lo stomaco vuoto si prestò con maggiore semplicità
ali 'ingestione della sostanza mortifera, sia perché aveva trovato un organismo
molto debilitato. Per
cui dopo avergli procurato dei disturbi visivi ed una profusa diarrea, circa sei
ore dopo lo portò allo stato comatoso e quindi alla morte.
Ultimo
addebito: avere la Kohut ordito un piano diabolico consistito nelFisolare il
marito dai parenti, per strappargli un testamento a proprio favore; avergli
amareggiata la vita con continui e dolorosi litigi. Anche
queste circostanze risultarono inventate, e ora diremo come.
Il
comportamento della Kohut e quello dei De Prisco
Il
tribunale non mancò di evidenziare che dall'esame complessivo delle
testimonianze, rese anche dai querelanti, era emerso che litigi e discussioni,
erano intercorsi tra Vincenzo De Prisco e sua moglie, ma del tipo che accadono
in tutte le coppie normali: in particolare litigavano quando lui non voleva
mangiare, essendogli doloroso l'atto, quando giocavano a carte, se discutevano
di politica, e una volta quando, durante la guerra, lesserò un bollettino dal
fronte, che Sofia, austriaca, interpretava secondo si suoi sentimenti nazionali
e Vincenzo invece da italiano; insomma, nella realtà i coniugi De Prisco
- Kohut
si amavano di un amore intenso, ideale, in guisa che l'uno non poteva vivere
senza l'altro. Quando,
a corto di liquidi, Vincenzo aveva chiesto un prestito di tremila lire a un
fratello e questo glieli aveva negati, fu la moglie a vendere i suoi brillanti
ricavandone ottomila lire.
Ad
altrettanto amore non parevano invece ispirati i comportamenti dei familiari di
Vincenzo. Un
testimone Salvatore Massa riferì che, durante gli anni della malattia, il De
Prisco deplorava l'abbandono da parte dei suoi parenti. In
un taccuino di viaggio aveva scritto E' strano che tutte le nostre fraterne
relazioni finiscano con le parole: mai nessuno dei parenti mi ha saputo
procurare un benefìzio.
La
Kohut disse: I parenti venivano a visitarlo solo quando avevano bisogno di
qualche cosa, e dicevano di aver paura di contagiarsi del terribile male, che
contagiava il Vincenzo.
Dopo
l'armistizio tra l'Italia e l'Austria, la Kohut sentì il bisogno di andare a
Vienna a visitare i suoi genitori, in quei due mesi di assenza in casa sua si
installarono i coniugi Cirillo - De Prisco, nipoti di Vincenzo. Il
dottor Cirillo, dopo la morte dello zio, citò per la somma di 14 mila lire per
cure mediche la Kohut. Questa
invece, evidenzia il tribunale Tre anni or sono, quando la Spagnola mieteva
numerose vittime, l'epidemia invase la casa del querelante Ferruccio De
Prisco,
rapendogli due figli. Ebbene,
la imputata, sfidando il pericolo certo del funesto contagio, abbandonò la sua
casa ed il marito, trasformandosi in infermiera in quella del cognato Ferruccio,
curando i numerosi infermi, e dandogli per giunta Lit. 200 per spese di lutto.
E pensare che al suo matrimonio con Vincenzo a suo tempo i cognati avevano fatte
vive opposizioni.
In
conclusione, con sforzi tenacissimi, l'accusa privata (cioè i De Prisco) ha
tentato di appigliarsi a più lievi indizi, a qualche frase, inventata di sana
pianta o traviata, attribuita alla Kohut pur di vederne affermata la
responsabilità penale, parenti ed affini del defunto l'hanno incalzata senza
quartiere, svillaneggiandola come una qualunque donnaccola, e dimenticando che
la stessa era vedova di colui che pur avea stimato di presceglierla come
compagna amata della sua vita.
Eppure
la Kohut rimasta sola, senza appoggi in terra straniera, ha potuto nonostante le
forze riunite di una numerosa famiglia, per quanto stimabile, dare chiare prove
della sua innocenza.
Di
qui l'assoluzione con formula piena.
Antonio
Cirillo, magistrato
Note
(*)
Il tesoro di Boscoreale della villa di L. Cecilio Giocondo ha numerosi
collegamenti con Somma e con l'area vesuviana. L'instrumentum domesticum, ovvero il corredo di oggetti che era in dotazione alla villa era lo
stesso della tipologia e qualità di quelli rinvenuti nel nostro territorio. Non
solo utensili, ma anche oggetti preziosi, quali la corniola con Pegaso, erano
presenti nella villa di Boscoreale, ma anche sul versante settentrionale del
monte Somma. I
bolli e i laterizi e doliari sono attestati con parallelismo impressionante
nelle ville del Somma a riprova non solo della stessa datazione delle strutture
murarie, ma anche a testimonianza della medesima origine ed evoluzione economica
(Cfr. Russo D., "La villa di Cecilia Giocondo. Nota preliminare sull'istrumentum
domesticum", In "Sylva Mala", Anno X, Boscoreale 1989, N. 1-6,7).
Collegamento
diretto poi lo abbiamo con la villa augustea alla Stana della Regina di Somma,
che ora s'intende scavare. La
villa della Pisanella fu ritenuta dal Della Corte parimenti appartenere al
patrimonio della casa imperiale. Inoltre
l'illustre archeologo ritenne che le tazze onoranti Augusto e Tiberio del tesoro
fossero appartenute direttamente all'imperatore e a sua moglie Livia e solo
successivamente, tramite i liberti denunciati dal rinvenimento dei loro
sigilli, al banchiere L. Cecilio Giocondo (Cfr. DELLA CORTE M., "Cleopatra, M.
Antonio ed Ottaviano nelle allegorie storico-umoristiche delle argenterie del
Tesoro di Boscoreale", Pompei 1951; DELLA CORTE M., "Case ed abitanti di
Pompei",
Napoli 1965,434).
(Domenico
Russo)

|