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Il "Tesoro di Boscoreale"

La drammatica morte di
Vincenzo De Prisco

disegni di Giuseppe Sorrentino


P
er chi ignorasse cos'è il Tesoro di Boscoreale, precisiamo che consiste in un centinaio di pezzi di vasellame d'argento massiccio (30 chili circa), istoriati con finissima arte orafa di stile Alessandrino, un migliaio di monete d'oro quasi tutte fior di conio di età imperiale ed alcuni monili d'oro massiccio, rinvenuti sotto la cenere e i lapilli del 79 d.C. nella villa (appartenuta forse al banchiere pompeiano Lucio Cecilio Giocondo) scavata in località Pisanella dal 1894 al 1899 da Vincenzo De Prisco (1855 - 1921).
L'eccezionalità della scoperta, lo scandalo giornalistico, giudiziario e parlamentare che l'accompagno, la somma immensa che lo scopritore ricavò dalla vendita in Francia, dove clandestinamente lo aveva esportato e la vita brillante e dispendiosa che poté condurre grazie al tesoro prima da solo e pi con la sua compagna di vita, la ballerina viennese Sofia Kohut, conosciuta a Parigi, hanno scatenato la fantasia di diversi scrittori.
Riteniamo perciò di dare un utile contributo agli studi, ricostruendo parte di quella vita avventurosa della sventurata morte che la concluse, sulla base di un documento d'archivio da noi rintracciato, cioè la sentenza penale conclusiva del processo intentato da Ferruccio De Prisco contro la Kohut, nominata erede universale dal marito.
Dal documento, già noto solo molto sommariamente a Michele D'Avino, emergono diversi fatti inediti, tra cui, insospettati, gli amari contrasti coi fratelli Ferruccio e Luigi, e il fatto che il terreno del tesoro era toccato in sorte proprio a Ferruccio.

 

virgin hair extensions

Villa di Cecilie Gioconda o del tesoro dell'argenterie a Boscoreale.
(da "Edifici e Monumenti dell'Antica Roma")

L'inchiesta

Il 15 giugno del 1921 i Carabinieri di Boscoreale trasmisero al Pretore di Boscotrecase il referto medico del Dott. Giuseppe Cirillo che certificava la morte dell'ex onorevole Vincenzo De Prisco,  avvenuta alle cinque di mattina nella sua casa di via Sanfelice  a Boscoreale, per suicidio mediante ingestione di liquido arsenioso. Lo stesso pomeriggio il pretore eseguiva il sopralluogo e redigeva rapporto al Procuratore del Re, nel quale escludeva la responsabilità di terzi. La mattina del giorno seguente, 16 giugno, i Carabinieri rinvennero, però, nell'atrio della loro Caserma un biglietto anonimo su cui era scritto: Maresciallo - Indacate (Sic) - Casa De Prisco suicidio od omicidio? Dottor Cirillo informa. Nel biglietto di trasmissione al pretore i Carabinieri annotarono: Si ha ragione di ritenere che trattasi di rancore tra parenti. Lo stesso 16 giugno, Ferruccio De Prisco, fratello del defunto, propose formalmente  istanza al pretore di apporre i sigilli alla casa di via Sanfelice, formulando contro la cognata, la vedova di Vincenzo, l'accusa di istigazione al suicidio, cioè di aver spinto il marito con atteggiamenti e parole a togliersi la vita, o almeno di omissione di vigilanza sullo stesso, in modo da non impedire il suicidio. E il pretore, subito dopo il funerale, sigillò la casa.

La scena madre

L'accusa di omicidio che l'anonimo biglietto insinuava, e quella di analogo tenore esplicitamente formulata dal parente più prossimo della vittima, aprirono indagini che condussero la signora Sofia Kohut, vedova De Prisco, a comparire in veste di imputata innanzi al tribunale di Napoli. La stessa, interrogata dal pretore descrisse così la scena della vicenda:

Nell'ora meridiana di ieri che non saprei precisare, mio marito Vincenzo De Prisco sofferente da anni di cancro alla bocca,
si levò dal letto, sul quale anch'io stavo adagiata, e fece per andare nel vicino gabinetto. Egli si era purgato ed in un primo momento non ci feci caso. Dopo qualche minuto intesi rumore nell'armadio farmaceutico che egli teneva in una stanzetta attigua al gabinetto; un presentimento mi pervase ed accorsi. Più pallido ancora dell'ordinario mi disse: non ne potevo più, ho fatto. Ed aveva tra le mani una boccetta in cui poco altro liquido ancora v'era, che lui voleva continuare a bere. Feci violenza e la boccetta gli cadde di mano, frantumandosi. Maggiori dettagli la signora Kohut fornì al tribunale che la interrogò in apertura di dibattimento, dopo averla accusata del delitto di cui all'art. 370 del codice penale del tempo. Riferì, infatti, che quel mattino il marito fu più calmo delle altre volte; prese la sua abituale purga di dieci grammi di sale inglese e poi il caffè, mentre lui rimase a letto, essa disbrigò colla ragazza le faccende di casa. Verso le nove e mezza venne il dottor Cirillo, nipote, e poco dopo il barbiere che gli fece la barba. Dopo le undici il medico Cirillo se ne andò e la Kohut si mise sul letto accanto a lui, che riposava come al solito, sentendosi alquanto indisposta; il De Prisco fu con essa oltre modo cortese, raccomandandole di togliersi dalla corrente dell'aria che poteva nuocerle, anzi egli stesso volle chiudere la finestra, e vedendolo allontanare dalla camera, (la moglie) gli domandò dove andasse, al che (lui) rispose: debbo dirti pure dove vado? Vado in gabinetto, non ti incaricare, vado solo, perché mi sento di andare solo, statti riposata tu!
La Kohut ad un tratto sentì un rumore all'armadio e nella supposizione che volesse prendere un paio di scarpe, che cambiava continuamente, scese per farlo lei; ma aprendo la porta, vide il marito con una bottiglia alla bocca e cadde un po' di liquido, al che egli disse: mi hai fatto male, perché adesso mi farai soffrire!
Ed alla domanda della moglie rispose: ho fatto, non ne potevo più, ho preso l'arsenico. L'imputata aggiunse che disperata lo tirò verso la poltrona e chiamò con tutta la voce i familiari ed immediatamente venne chiamato il medico.
Altri elementi di drammaticità aggiunsero in dibattimento le testimonianze di Pasquale Patria e di sua moglie Maria Maietta, domestici insieme coi loro figli, di casa De Prisco, i quali dissero di essere stati i primi ad accorrere alle grida della Kohut. Videro il loro padrone De Prisco Vincenzo seduto su di una poltrona, e diceva: Pasquale mio, aiutatemi a morire, non ne potevo più. La moglie colle mani nei capelli diceva: Vincenzo che mi hai fatto, questo è il bene che mi volevi; ed egli rispose: non ne potevo più.


Gli argomenti dell'accusa

Ferruccio De Prisco, nel querelarsi contro Sofia Kohut, elencò specifiche circostanze da cui si doveva dedurre la colpevolezza della cognata di aver spinto il marito al suicidio o almeno d'averne indirettamente determinato la morte:

  • aveva saputo dal dottor Cirillo, nipote e medico curante di Vincenzo, che quando questi in altre occasioni aveva espresso l'intenzione di porre volontariamente fine ai suoi giorni, la Kohut gli gridava: vigliacco, lo dici sempre e non lo fai mai;

  • pur sapendo delle intenzioni suicide del marito, manifestate altre volte anche con precisi tentativi, la kohut non aveva tolto dall'armadio delle medicine la boccettina con la pozione di arsenico

  • il suicidio avvenne alle 9 del mattino, ma la Kohut chiamò solo alcune ore dopo il medico, troppo tardi, quando cioè il veleno aveva già fatto il suo effetto e non poteva essere più neutralizzato.

Un altro fratello del defunto, Luigi De Prisco, colonnello medico, che all'epoca dei fatti abitava a Napoli, ribadì l'accusa di Ferruccio, aggiungendo particolari sul comportamento della Kohut che mettevano in luce un preciso, diabolico piano ispirato da motivi di interesse.
Luigi De Prisco, dopo aver fatto una lunga storia sulla conoscenza fatta a Parigi dal Vincenzo colla Kohut, della loro unione
naturale prima, seguita poi dal matrimonio, cioè dopo aver discreditato la moralità della cognata, già ballerina nei locali di Parigi, insinuò che essa aveva svolto tutto un lavoro di isolamento... per non far avvicinare il marito dai suoi parenti, allo scopo di strappare un testamento a favore di lei, per raccogliere la sospirata eredità. Affermò che continui e dolorosi erano i litigi fra i coniugi; che la Kohut se non avea materialmente spinto al suicidio il marito, ve lo aveva preparato, con un lungo lavorio, e che avrebbe potuto impedirlo e dargli anche soccorsi più urgenti e premurosi. Una prova diretta d'accusa la fornì in dibattimento la baronessa Maria Pempinelli, moglie dell'altro fratello di Vincenzo, il Primo Presidente della Corte di Cassazione Nicola De Prisco, che, per essere di sangue aristocratico e consorte di tanto magistrato, non poteva dare adito a sospetti di mendacio.
Ella narrò che una volta si recò a visitare il De Prisco Vincenzo, il quale le disse che poco prima si era bisticciato colla moglie e che egli avea manifestato l'idea di volersi suicidare, al che la Kohut era andata dentro, avea preso una rivoltella e gliela avea panata dicendo: sparati, vigliacco!


L'obiettivo dei fratelli De Prisco

Quanto finora detto dimostra che in quella occasione tutti i familiari del defunto Vincenzo De Prisco fecero causa comune contro la vedova: l'avvocato di parte civile nella sua requisitoria disse testualmente che la famiglia De Prisco si era trovata unita  in un sol fascio. Quale fosse l'intento che perseguivano apparve chiaro ancora prima che il tribunale penale concludesse il processo, nell'atto che Ferruccio De Prisco notificò alla Kohut il venticinque luglio dello stesso 1921. 
A istanza di lui e dei testi Michele Massa ed Andrea De Prisco fu Pietro, (la Kohut) fu convenuta avanti al tribunale civile di Napoli per sentire:

  • dichiarare nulla e di ninno effetto il testamento del signor Vincenzo De Prisco 1° novembre 1920;

  • subordinatamente dichiarare indegna essa Sofia Kohut alla detta successione;

  • dichiarare aperta la successione legittima di esso Vincenzo De Prisco," cioè devolvere l'eredità a favore dei parenti di sangue del defunto.

Tale testamento - continuava la citazione - deve ritenersi assolutamente nulla sia pel disposto dell'art. 725 cod. civ., come risulterà da un processo penale in corso per l'art. 370 cod. pen., sia per i raggiri e gli artificiosi maneggi usati da essa intimata verso il De Prisco, che furono tali che paralizzarono la libertà di testare.
Insomma l'obiettivo effettivo non era di tipo penale, cioè mandare in prigione Sofia Kohut, ma di tipo economico: impadronirsi di quel che restava del ricavato dalla vendita del tesoro di
Boscoreale.
A quanto ammontava il valore dell'asse ereditario di Vincenzo De Prisco? Nel processo si parlò di 300.000 lire del tempo. La cifra venne fuori dalle dichiarazioni rese dagli stessi protagonisti, quando riferirono di tentativi di accordo in corso di processo che, ad iniziativa della baronessa
Pempinelli, dell'avvocato Niutta suo nipote, difensore dell'imputata, e di qualche altro, furono esperiti per indurre la Kohut a rinunciare all'eredità, in cambio dell'abbandono dei processi e di una sostanziosa liquidazione.
Le promisero un terzo della proprietà del de cuius (Vincenzo De Prisco), valutata per intero in Lit. 300.000, ed un vitalizio su detta quota di Lit. 100.000 a condizione che la Kohut dovesse andarsene al suo paese natio. Ma la Kohut rifiutò sdegnosamente rispondendo che: dopo l'accusa fanale, non intendeva venire a transazione.
Anche perché il suo avvocato, Niutta. le aveva detto di non spaventarsi del processo penale, perché quando si verifica un suicidio, la Giustizia deve fare eseguire sempre delle indagini per accertare se vi sia responsabilità di qualcuno. Trecentomila lire, dunque. Tenuto conto che solo la vendita del tesoro di
Boscoreale, (esclusa, perciò, il ricavato della vendita delle pitture dell' altra villa, quella di Fanno Sinistre, del 1900, e di altre ville scavate successivamente) aveva fruttato mezzo milione di franchi francesi, tenuto altresì conto del fatto che c'era stata di mezzo una guerra mondiale che normalmente produce inflazione, deve concludersi che pur trattando si ancora di una bella somma, non era più affatto quella delle origini. Vincenzo De Prisco, infatti, al capitale ricavato dalla vendita francese aveva attinto generosamente, da principio per suoi viaggi e divertimenti all'estero, poi per sostenere la doppia campagna elettorale, e da ultimo per le spese mediche necessario a combattere le gravi malattie che lo tormentarono negli ultimi vent'anni della sua esistenza. Le pretese dei fratelli di Vincenzo De Prisco erano di vecchia data, risalivano a sùbito dopo la scoperta del tesoro: nel processo fu acclarato che sia Luigi e sia maggiormente Ferruccio pretendevano che quelle ricchezze ignorate venissero divise tra tutti i fratelli, come provenienti dall'eredità patema.
Luigi si sentì offrire da Vincenzo solo 5.000 lire, e rispose con una lettera del 14 luglio 1895, nella quale rifiutava la somma (che poi finì con l'accettare) e, con frasi abbastanza risentite, dichiarava dì rinnegarlo come germano. Più arrabbiato ancora era Ferruccio, perché nella divisione paterna (delle proprietà), al Ferruccio spettò un fondo che egli bonariamente permutò con altro toccato in sorte al fratello Vincenzo. Questi, intanto, ebbe la fortuna di fare degli scavi nel detto fondo, costituendosi così una posizione doviziosa, tanto che, essendo vice-segretario d'intendenza di finanza, rinunciò all'impiego, negoziando sugli scavi del fondo.


Le malattie del suicida

In quali condizioni di salute versasse Vincenzo De Prisco il giorno della sua morte fu oggetto di accurate indagini da parte del tribunale, che non si contentò di ascoltare i dottori Cirillo e Guastafierro, l'imputata e i suoi servitori di casa, ma interrogò anche i medici che lo aveva avuto in cura precedentemente, durante la via crucis che lo condusse al suicidio. La signora Kohut riferì di aver sposato Vincenzo De Prisco nel 1913, subito dopo aver ottenuto il divorzio dal suo precedente marito.
Le gioie del matrimonio non avevano avuto, però, lunga durata. Vincenzo, che già soffriva di sifilide, poi fu colpito da terribili mali: un cancro alla bocca e poscia una spinile progressiva. Il cancro gli rese col tempo l'ingestione dei cibi dolorosa e l'articolazione della parola difficile. E quel ch'è peggio, con l'avanzare del male, dalla bocca emanava un fetore nauseante, da sgomentare anche i più  vecchi infermieri, per cui quando si dovea lavare la parte, il che occorreva fare parecchie volte durante la giornata, l'unica che avesse stomaco di farlo era la moglie Sofia. La spinile è una malattia che colpisce la colonna vertebrale e indebolisce progressivamente il soggetto, riducendolo gradualmente all'inabilità totale.
La Kohut raccontò che su