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Gli
affreschi di Boscoreale
di
Arthur Sambon
(Articolo
tratto dal catalogo della vendita pubblica degli Affreschi di Boscoreale
avvenuta a Parigi l'8 giugno 1903. Traduzione dal francese
a cura di Maria Luisa Iorio e Angelo de Prisco.
Tutte
le immagini sono "cliccabili" per ammirarle ad alta risoluzione)
La
cittadina di Boscoreale, da qualche anno, è divenuta celebre negli annali
archeologici. Il vasellame d’argento, oggi al Museo del Louvre grazie alla
munificenza del barone Edmond de Rothschild, l’importante tesoro in monete d’oro,
i cui i pezzi più rari di Galba,
Otone e Vitellio
erano in abbondanza, e il ricco mobilio acquistato dal museo di Berlino,
sarebbero stati già sufficienti a quella fama, quando una scoperta ancor più
felice vi aggiunse nuovo splendore.
Il deputato Vincenzo de Prisco, a cui si deve l’iniziativa
di questi scavi, continuava, nel 1900, l’esplorazione dei dintorni della villa
della Pisanella, e, dopo lunghi ed infruttuosi lavori, stava per rinunciarvi,
quando, a diversi metri di profondità, delle pitture meravigliose apparvero
sotto il lapillo.
Una
delle ville più lussuose e più artistiche dell’epoca sorgeva un tempo su
queste deliziose pendici del Vesuvio, dominando uno degli angoli più ridenti
della costa, in prossimità della tranquilla città di Pompei. Ed è del tutto
naturale che dei ricchi patrizi, cercando nei soggiorni di campagna una fuga
dallo stress cittadino, fossero stati sedotti dalla felice situazione di queste
colline ai piedi del Vesuvio, allora inoffensive e verdeggianti, che svelavano
ai loro occhi un panorama delizioso.
Dalla raffinatezza del lusso, che le conquiste dei Romani in
Asia avevano diffuso, le pitture che ornavano i muri di questa villa sontuosa,
forse, non avevano uguali in molti dei palazzi di Roma.
Non conosciamo il nome del ricco patrizio che aveva fatto
costruire questa gradevole casa, ma le opere d’arte rinvenute fanno supporre
che fosse appassionato di musica e di sport; molte pitture rappresentano gare di
atleti e di musici, e su di una parete si vede anche la "table des jeux"
carica di premi, di corone d’oro e di attrezzi agonistici.
Barnabei
e Sogliano hanno ricercato con rara pazienza ogni documento che poteva fare luce
su questa casa: un prezioso graffito ci dice che la villa era stata venduta all’asta
il 9 maggio dell’anno 12 d.C., sotto il primo consolato di Germanico:
una misura di capacità, trovata accanto alla villa rustica, riportante il nome
di P. Fabio Sinistore, aveva fatto dapprima pensare che l’ultimo proprietario
si chiamasse così; ma un timbro di bronzo scoperto più tardi in una delle
camere suggerisce un altro nome, quello di Lucio Erennio Florio.
Su una tavoletta in pietra, nascosta sotto l’intonaco, si
legge il nome del costruttore della villa, Mario STRUCTOR, accompagnato dall’attrezzo,
la cazzuola, che simboleggia il suo mestiere. Al momento della catastrofe, la
casa era in riparazione; aveva probabilmente patito gli effetti del terremoto
dell’anno 63, che fece moltissimi danni: la sala da bagno era in rifacimento,
così come si stavano trasformando le camere da letto. Solo la villa rustica era
abitata; dappertutto, tra l’altro, erano stati tolti i mobili e gli oggetti
minuti. Nel Peristilio è stato trovato un piedistallo di marmo sprovvisto della
sua statua.
Le
pitture appartengono a due epoche differenti: le più antiche (architettura
severa, imitazioni di marmi preziosi, pannelli con grandi figure) risalgono
probabilmente ai primi anni della nostra era; le altre in cui domina già il
rotato e l’orrore del vuoto sono certamente posteriori alla vendita del 9
maggio dell’anno 12 dell’era cristiana. Vediamo in questi ultimi delle
prospettive accentuate, ma le fantastiche e capricciose volute (ornamenti del
capitello ionico e corinzio, raffigurante una foglia che si accartoccia, ndt),
così severamente bandite da Vitruvio,
non vi si trovano.
E’ superfluo ricordare quale è stato il ruolo delle pitture
pompeiane. L’archeologo e lo storico vi trovano i migliori elementi per la
ricostruzione del mobilio, dei prodotti dell’arte industriale, la spiegazione
della religione e dei costumi del popolo romano, l’illustrazione attraverso l’immagine
delle opere letterarie degli ultimi secoli avanti Cristo e del primo della
nostra era; l’artista vi coglie il ricordo dei capolavori della
pittura greca, qualche volta anche delle creazioni originali, si direbbe dei
lampi di genio degli artisti alessandrini. Le pitture della villa di Lucio
Erennio Florio possono considerarsi fra le più interessanti sotto tutti questi
punti di vista: l’insegnamento che vi si attinge e l’ammirazione che
suscitano sono considerevoli; la parte artistica prevale naturalmente. "Le
figure possenti di Michelangelo, le creazioni audaci del Corregio, l’architettura
del Carpaccio, dei Bellini!". Simili e parecchie altre esclamazioni
traducono l’impressione de ciò che hanno scritto su queste pitture archeologi
e artisti: Barnabei, de Petra, il principe Odaleschi, Cavenaghi, di Giacomo,
etc. Ed in effetti queste pitture sono il riflesso di questa arte alessandrina,
così spirituale e così sentimentali, la cui freschezza fa presagire la
fioritura di molte delle qualità artistiche del XV e del XVI secolo.
Fin qui l’arte alessandrina non è stata
oggetto di uno studio serio; non bisogna fermarsi alla massa di oggetti che
appartengono alla lunga decadenza di quest’arte sotto l’impero romano, ma
alla forza creatrice degli artisti della grande epoca tolemaica, il terzo secolo
a.C., durante il rinnovamento letterario e la fioritura di questa squisita
poesia pastorale, di cui troviamo l’eco in più di una pittura di Boscoreale.
In
quel periodo, l’arte della Grecia si spegneva in una lenta decadenza; quello
della Magna Grecia, dopo un breve sollevamento, scendeva al suo ultimo
gradino... una preziosità insipida; quello degli Etruschi era da lungo tempo
insignificante; del resto l’arte italiana non si era mai affermata. Fu in
questa atmosfera impoverita o barbara che poco a poco arrivarono, come raggi di
sole, i prodotti dell’arte alessandrina: le figurine in bronzo, in argento, in
terra cotta, di un realismo impressionante, il vasellame d’argento abbellito
da ornamenti mai superati. Era lo spirito moderno che cominciava ad avanzare. I
Romani resteranno a lungo affascinati da questa importante rinascita artistica,
e le pitture di Pompei, fino al primo secolo della nostra era, ne sono l’eco
più fedele.
Il de Prisco ha il merito di aver salvato queste pitture. Era
imminente la stagione delle piogge e le decorazioni della villa, a dieci metri
di profondità, sarebbero state sicuramente danneggiate se il deputato di
Boscoreale bon si fosse deciso di farle emergere, malgrado le spese enormi e le
difficoltà frapposte dall’Amministrazione delle Belle Arti. Si sa che la
preziosa figura del Sarno, trovata da M. Matrone, è stata distrutta dalle
acque.

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